The Noir Duo and The Raven: La risonanza del silenzio
La porta della stanza si richiuse, sigillando il calore di ore trascorse in un altrove che solo lei conosceva. Uscì in terrazza, incontro alla città che, vista da lì, appariva come un immenso ingranaggio indifferente, sempre in movimento, sempre pronto a richiedere attenzione.
Il gatto e il corvo erano lì, sentinelle di una quotidianità che lei, in quel momento, sentiva quasi estranea. La fissavano con quell'intensità che mette a nudo, come se potessero leggere i residui di un contatto appena interrotto.
Ma lei non provò il solito bisogno di spiegarsi. Anzi, sentì una strana, gelida calma: la consapevolezza che, per quanto fossero vicini, loro non avrebbero mai potuto varcare quella soglia.
In fondo alla strada, nell'abbraccio della penombra, una sagoma si staccò dal grigio dei palazzi. Un punto fermo nel caos.
Il telefono vibrò. Una frase breve, un codice che somigliava a una confessione:
«Si assapora anche il diluirsi, sai? Come il sapore di un buon vino che persiste lento dopo averlo assaggiato. Non serve aggiungere altro.»
Lei serrò il telefono nel palmo, non come un oggetto, ma come un talismano. Non cercò lo sguardo dell'uomo in strada; non ce n'era bisogno.
Il Gatto: [Agitando la coda con fastidio] «Ah. Quella faccia. Significa che per le prossime ore sarà inutile parlare con lei. Gli umani chiamano queste cose felicità, segreto, destino... cambia il nome, il risultato è lo stesso. Una volta ho visto un piccione trovare una patatina intera. Aveva esattamente la stessa espressione.»
Il Corvo: [Inclinando il capo verso la città illuminata] «Non tutte le ombre nascono dall'assenza di luce. Alcune proteggono ciò che non deve appassire.»
Lei si voltò verso l'orizzonte cittadino, lasciando che il rumore del mondo si infrangesse contro la ringhiera, senza riuscire a scalfire la quiete che portava dentro.


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