The Noir Duo and The Raven: Il Destino in Sospeso

 


Il silenzio nella stanza era ingannevole, denso come la nebbia che fuori premeva contro i vetri, cancellando i confini del mondo. La donna era sola. Stringeva tra le dita una carta da gioco, tormentandone l'angolo, lo sguardo perso nel vuoto della penombra.

Il gatto era una furia silenziosa. Non riusciva a trovare pace: scendeva dalla scrivania, camminava lungo il perimetro della stanza, i muscoli tesi sotto il velluto nero del pelo e la coda che scattava nervosa. Sentiva l'elettricità nell'aria, la minaccia di un inevitabile punto di svolta, e il suo istinto felino si rifiutava di accettarlo. Si fermò davanti a lei, piantando gli occhi ambrati nei suoi, emettendo un miagolio basso, rauco, che suonava come un disperato avvertimento.

La Donna: [Accarezzando il gatto con un dito, senza distogliere lo sguardo dal vuoto] «Lo so, piccolo mio. Vorresti che cancellassi le tracce, che tornassi indietro. Ma non si può sfuggire a un sentiero che si è scelto di percorrere a occhi aperti. Il vero pericolo non è quello che sta per arrivare... è il rimpianto di non averlo affrontato.»

Dall'alto della libreria, il corvo rimase immobile. Una presenza statuaria e imperturbabile. Il suo occhio lucido seguiva la scena con un freddo, quasi ancestrale distacco. Lui sapeva; era il complice silenzioso di ogni desiderio inconfessabile che lei aveva covato nell'oscurità.

Il Corvo: «Il coraggio è una parola fragile, donna. Spesso è solo il nome che gli umani danno alla loro ostinazione. Vi infilate nelle trappole chiamandole 'destino', ma siete voi a forgiare le catene, anello dopo anello, con ogni singola intenzione.»

La donna voltò lentamente la testa verso l'uccello, e un sorriso amaro, intriso di una fiera consapevolezza, le ridisegnò le labbra.

La Donna: «Forse. Ma preferisco essere prigioniera di una catena che ho scelto io, piuttosto che spettatrice di una vita decisa da altri. Ogni azione ha un prezzo, vecchio mio. Il fuoco brucia, l'inchiostro macchia, e certe strade cambiano la forma dei tuoi passi per sempre. Ma se hai avuto l'ardire di desiderare, devi avere la schiena abbastanza dritta da sopportare il peso delle conseguenze.»

Il corvo inclinò la testa, sollevando appena le ali in un fruscio cupo che parve sigillare quel patto di accettazione.

Il Corvo: «Allora non lamentarti del buio quando la notte busserà alla tua porta per riscuotere ciò che le spetta. Perché arriverà. E non accetterà promesse, ma solo fatti.»

Il gatto, avvertendo la resa filosofica della donna, si ritirò di un passo, irrigidendo la schiena ed emettendo un sommesso soffio di avvertimento rivolto verso l'ingresso. I suoi occhi si fissarono sulla maniglia.

Un secondo dopo, tre colpi lenti, decisi, risuonarono sul legno.

La porta si aprì solo di pochi centimetri, lasciando intravedere nella penombra del corridoio una figura che rimase quasi interamente sullo sfondo: il cappello a tesa larga calato sugli occhi, il bavero del cappotto alzato. Un'apparizione fugace, un debito che reclamava attenzione. Dalle ombre, la voce dell'uomo arrivò bassa, densa, calibrata solo per la stanza.

L'Uomo: «Nessun gioco di specchi stavolta. Lo sappiamo entrambi. Abbiamo un conto in sospeso... ed è tempo di capire come pagarlo.»

La donna non si mosse, ma i suoi occhi brillarono nella semioscurità, pronta a raccogliere la sfida che lei stessa aveva contribuito a creare.

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